Un destino servile per uomini desiderosi di liberazione

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Articolo di Elena Franco

Oppressione e libertà sono parole delicate, fragili, le quali si fanno carico del peso spropositato di una società che si è andata a modificare sempre di più nel corso degli anni, dei secoli, conferendo a questi due termini una proprietà liquida: come i liquidi assumono la stessa forma del contenitore dentro il quale vengono posti, così la società è andata adattando queste parole a contenitori sempre più piccoli e scomodi, tanto da renderle poco attraenti per chiunque avesse voluto scavare più a fondo, per chi non fosse riuscito ad accontentarsi di ciò che veniva affibbiato come semplice significato oggettuale. Se fosse sufficiente affidarsi soltanto alle definizioni teoriche e scolastiche di “Libertà” come “diritto di ogni individuo di disporre liberamente della propria persona” e di “Oppressione” come “sopraffazione continuata, negatrice dei diritti elementari dell’uomo”, sicuramente non ci troveremmo ancora qui ad affrontare queste tematiche. Vi è qualcosa che non riesce a persuadere totalmente l’essere umano curioso, colui che è spinto da un sentimento di autentico desiderio di conoscenza. Si percepisce nella propria interiorità che vi è qualcosa di molto più profondo e alquanto connesso tra queste due nozioni. Si potrebbe maturare l’idea, senza avere la pretesa che essa possa venire presa sul serio o che addirittura possa essere assolutamente certa, che libertà e oppressione non siano due mondi così distanti tra di loro, ideologicamente parlando. Azzardando, potrebbe esserci una sorta di libertà nell’essere oppressi.

«Per ottenere la libertà basta desiderarla, decidetevi a non servire più e sarete liberi.» Così parla La Boétie nel “Discorso sulla servitù volontaria.” Ma è davvero così facile? 

Simone Weil nel suo saggio “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale” affronta in modo estremamente intuitivo l’argomento. Simone Weil sostiene che l’uomo si sia emancipato dalla servitù alla natura solo per sottomettersi a un’oppressione ancora più oscura, ancora più capricciosa e incontrollabile: quella esercitata dalla società stessa, poiché «sembra che l’uomo non riesca ad alleggerire il giogo delle necessità naturali senza appesantire nella stessa misura quello dell’oppressione sociale, come per il gioco di un equilibrio misterioso». L’analisi della Weil va ad indagare i diversi aspetti evolutivi della società in termini di oppressione e libertà. Simone Weil sostiene che l’oppressione accompagni sempre forme elevate di economia: nelle comunità primitive, di fatti, non vi era divisione del lavoro e si consumava solo il necessario per poter sopravvivere: ogni uomo doveva procurarsi il cibo da solo. In questo primo stadio, l’uomo si potrebbe considerare libero poiché in qualche modo consapevole della sua esistenza e del fatto che la sua sopravvivenza dipende solo dalle sue capacità di adattamento. 

“L’oppressione deriva da condizioni oggettive prima delle quali è l’esistenza dei privilegi, i quali tuttavia, non sono nati a causa di leggi o decreti, ma derivano dalla natura stessa delle cose”. Il privilegio è una questione molto spinosa che va ad interessare molti ambiti, sia sociali che non. I privilegiati si trovano sempre un gradino sopra agli altri, ma allo stesso tempo, per vivere, dipendono dal lavoro altrui. Si viene perciò inghiottiti da un circolo vizioso che demolisce l’uguaglianza pezzo per pezzo, istaurando un potere che si basa sull’equilibrio dispotico oppressore – oppresso. Tuttavia, l’oppressore vive il suo rapporto con il potere in perenne stato di allarme, poiché, se non dovesse operare nel modo giusto servendosi delle misure più adeguate, potrebbe venirgli sottratto da un momento all’altro da figure più autoritarie. Parliamo di una continua corsa al potere, in quanto si è sempre alla ricerca di un dominio che per essenza è impossibile da possedere. 

In tutto ciò, ipotizzando che l’uomo possa aver preso coscienza della sua situazione oppressiva, sembrerebbe che ormai se ne sia fatto una ragione. L’essere umano oramai obbedisce per abitudine. L’uomo primitivo era oppresso dalla fame e dal freddo e le sue azioni erano volte alla ricerca di una via di fuga da quelle oppressioni; tali azioni sono divenute in seguito abitudini. 

La Boetie nel “Discorso sulla servitù volontaria” parla di una piramide gerarchica o della corda di Giove. Spiega che il tiranno mantiene il potere perché ci sono 4 o 5 “leccapiedi” che si avvicinano a lui e scelgono di obbedire per avere un vantaggio. A loro volta hanno sotto di loro circa 500 persone che decidono di obbedire per fruire di ulteriori vantaggi. Piramide gerarchica che funziona perché a ogni livello si accetta di obbedire solo perché in questo modo si può assaporare quel dominio su coloro che si trovano in una posizione inferiore. Secondo La Boétie, prendendo in analisi questa condizione, ci saranno sempre quasi più persone interessate ad un regime tirannico rispetto a quelle desiderose di ottenere libertà. 

Esiste una libertà perfetta? Un grado massimo di libertà? La libertà perfetta coincide con la scomparsa di quella sensazione di necessità che perennemente ci opprime. Il corpo umano non può liberarsene e, se mai per assurdo riuscisse ad emanciparsi sia dal potere della natura che da quello degli altri uomini, sarebbe tuttavia ancora vittima e preda dei bisogni delle emozioni. Ponendo la questione sotto questi termini, sembrerebbe che l’uomo sia destinato ad essere in perenne stato di oppressione, dapprima dalla natura, in seguito dalle sue stesse emozioni e pulsioni, fino ad arrivare a qualcuno che si trova su un gradino più alto della piramide. 

Libero è colui che non serve qualcuno ma che comunque obbedisce a qualcuno o a qualcosa (come una legge). La libertà per La Boetie è compatibile con l’obbedienza, poiché il problema dell’oppressione non risiede nell’essere governati, bensì tiranneggiati. Obbedienza diviene prima legge dell’esecuzione, ma come avevano capito Marx e alcuni moralisti, la potenza asservisce chi comanda nella misura in cui, per loro tramite, schiaccia chi obbedisce. Adam Smith arrivò all’idea secondo la quale un’armonia non voluta né conosciuta dagli uomini avrebbe potuto unirli portandoli ad una cooperazione fruttuosa (il famoso principio della “mano invisibile”)

L’uomo non è fatto per essere schiavo né della natura, né di una collettività a lui superiore. Il problema è che l’uomo non desidera la libertà come la potrebbe desiderare un animale in catene, la desidera nella misura in cui può essa divenire motivo di vanto. Per l’uomo l’idea di essere “più libero di” si rivela essere più allettante dell’essere semplicemente libero, nel senso più ampio del termine. Sembra quasi che, preso atto di non riuscire a raggiungere una libertà assoluta, si impegni a cercare modi per illudersi di averne acquisito almeno una briciola. Allora, come l’oppressore intraprende l’insaziabile corsa al potere, così l’uomo desideroso di libertà marcia verso quelle che egli stesso percepisce come forme di emancipazione quantitativamente e qualitativamente maggiori rispetto a chi lo precede. Se la libertà fosse raggiungibile da tutti, come potrebbe verificarsi nel caso degli animali, allora non esisterebbero più forme di oppressione o privilegi e un uomo sarebbe uguale a un altro, ma è proprio questo che l’essere umano non vuole: essere uno qualsiasi. Non vi è nulla di più angosciante della condizione di anonimità, dell’idea che su questo Pianeta si è solo uno tra i tanti. L’uomo ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Esaminando la condizione degli oppressi, essi sono una categoria ben rappresentata ma non maggioritaria, perciò quel sentimento di ribellione e rivoluzione che potrebbe portarli ad una rivalsa sociale, viene soppresso dalla maggioranza della popolazione, la quale si identifica in una situazione mediana di benessere e perciò, pur di non perdere la propria posizione, preferisce volgere lo sguardo da un’altra parte.

I subordinati, gli oppressi, trovano conforto nella loro situazione marginale, tuttavia non azzardano ad esternare a pieno quello spirito rivoluzionario che magari potrebbe portare ad un ribaltamento della piramide. Ciò che si dovrebbe chiedere alla rivoluzione è l’eliminazione dell’oppressione sociale, distinguendo dapprima tra questa e la subordinazione dei cosiddetti capricci individuali a un ordine sociale. E’ importante sottolineare che finché ci sarà una società vi saranno anche limiti e regole da rispettare. Questa si rivelerà oppressiva nella misura in cui, una volta determinata una separazione tra chi esercita il potere e chi lo subisce, si condurranno i secondi verso un annientamento fisico e morale. Anche fatta tale distinzione, non è assolutamente certo che l’oppressione potrà essere definitivamente sconfitta.

“Dal momento che la società è divisa in uomini che ordinano e uomini che eseguono, tutta la vita sociale è governata dalla lotta per il potere”, questo è ciò che teorizza Weil. A leggere queste parole viene da chiedersi se abbiano ancora senso parole come “rivoluzione” o “libertà” o se siano ormai diventate semplici espressioni-contenitore, svincolate da ogni possibile significato politico e sociale. Tante parole sono condannate a diventare semplici slogan, per loro natura vuoti e ormai tutto viene sintetizzato e trasformato in materiale da aforisma. 

Anche ipotizzando una reale e autentica presa di coscienza da parte degli oppressi riguardo la loro condizione, una volta eliminati i loro oppressori, verrebbero subito sottomessi da qualcun altro o diventerebbero loro stessi tiranni. A questo punto viene da chiedersi se ci possa essere una via d’uscita per raggiungere la libertà in una società che è in costante cambiamento. Rifacendoci al pensiero di Simone Weil, è davvero libero solo chi agisce avendo chiaro il fine delle proprie azioni e i mezzi necessari a realizzarle. Libertà non rappresenta il “fare quello che si vuole, come si vuole e quando si vuole”, sarebbe come farsi strada verso la propria distruzione e quella degli altri, piuttosto riguarda avere piena coscienza di volere ciò che si fa.                                                                                                                    “E tuttavia nulla al mondo può impedire all’uomo di sentirsi nato per la libertà. Mai, qualsiasi cosa accada, potrà accettare la servitù; perché egli pensa.” Per quanto schiavo, essendo l’uomo un essere pensante, non accetterà mai la servitù e l’oppressione, poiché nulla potrà impedirgli di pensare alla libertà e di averne un desiderio illimitato. 

“Agisci in modo da trattare l’umanità, così nella tua persona come nella persona di ogni altro, sempre come fine, mai semplicemente come mezzo”, così si esponeva Kant contro qualsiasi forma di degradazione dell’individuo a strumento di forze a lui superiori. Parole estremamente significative. In un mondo di continui disquilibri nulla è più a misura d’uomo e vi è una disarmante sproporzione tra il corpo, lo spirito e le cose. Anche lo stesso pensare a cosa rappresentino libertà ed oppressione si modifica a seconda dell’epoca storica, politica e culturale in cui l’uomo stesso si vede immerso. L’unica via per essere liberi è inseguire un mutamento culturale nato dall’incontro tra conoscenze che devono essere assimilate e la riscoperta del valore della semplicità dell’azione diretta. Quando gli oppressi troveranno il punto di incontro tra il pensiero astratto e l’atto concreto allora, forse, finirà la loro oppressione.

Elena Franco

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