Shtisel

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Di questa serie evento, uscita nel 2013 con la sua prima stagione, ma disponibile sulla piattaforma Netflix in Italia solo dal 2018, si è già scritto molto. Sull’originalità della scrittura, la qualità dei dialoghi, la bravura degli attori (nessuno dei quali ortodosso), le locations etc.  Come anche si è già scritto della finestra che apre sul vero e proprio universo degli Haredim, gli ebrei osservanti con il ”cappello alto”, le barbe lunghe e i riccioli sulle tempie. Certamente, soprattutto per i gentili (o goym), questa è una serie le cui 3 stagioni ad oggi pubblicate meritano di essere viste. Per evitare poi ogni possibilità di  “allarme spoiler”, eviterò perciò di scrivere di quanto accade negli episodi. Ma una precisazione la posso fare: nella traduzione italiana, quando gli attori si riferiscono ad un appartenente  alla loro comunità, parlano di un hared e i sottotitoli traducono in ultra ortodosso.  Questo termine nella nostra cultura è foriero di equivoci: si pensa che un – ultra ortodosso –   sia una sorta di radicale invasato e si tende subito a vestire il termine di connotati politici. Ma, sappiamo che (almeno in  Israele) è dagli anni 90 che i media non si riferiscono più alla comunità haredim come una comunità ultraortodossa. Il loro radicalismo, infatti, è nella lettura (e conseguente applicazione) della Torah, la legge, che va ben oltre l’approccio di una lettura laica. Ma gli haredim rifiutano l’uso della violenza militare, sono antisionisti e  rispettano la vita in tutte le sue forme. La produzione di  ”Movies and TV Shows” israeliana ha assunto una dimensione internazionale e un livello di maturità notevole, soprattutto negli ultimi 5/6 anni.  Prima di Shitel con Fauda,  o  con Quando Volano gli Eroi (tutte su Netflix) . Rigorosamente non doppiate e da dover godere in lingua originale prestando estrema attenzione per non farsi sfuggire gli indispensabili sottotitoli. 

A cosa si deve così tanta eco mediatica?  Ognuno avrà la sua risposta, certamente. Io personalmente penso che sia dovuto a un modo di raccontarsi in cui Israele, attraverso questi film e serie, vuole farsi vedere per ciò che è, non per quella che vorrebbe essere e, ancora, non per quello che gli altri pensano che sia (o vorrebbero che fosse). Una narrazione in cui cerca se stessa e non un’evasione.

Gli show israeliani che vengono prodotti su Netflix (o Hulu) raccontano delle contraddizioni e delle commistioni di un mondo complesso e teso sino a quasi strapparsi, tra le tradizioni – ultra millenari – e un futuro caotico che tira a sé nuove e vecchie generazioni. Fauda, parola di slang arabo-palestinese che significa casino (come lo diremo noi nell’espressione “facciamo casino!”), è una serie molto ben costruita in cui  oltre la trama da spy story si apprezza come in realtà le persone non siano poi così nettamente schierate. Ebrei che si trovano meglio con gli arabi e arabi che si sentono a casa con gli ebrei. Shtisel, affronta l’altro lato della luna: dopo il conflitto e la militarizzazione diffusa, ovviamente c’è la religione a fare da cornice di tutto. E non potrebbe essere diversamente nella Terra santa per i tre monoteismi.  La novità e il punto di forza dell’idea di Ori Elon e Yehonatan Indursky, è che lo fa non evidenziando le macro contrapposizioni  tra ebrei, musulmani e cristiani, ma al contrario, permettendo di far emergere il dettaglio di un singolo oggetto messo a fuoco. Per nitidezza  rispetto al contorno, raramente, quindi si evidenziano passaggi in cui il tema del contrasto diventa parte della narrazione anche se, nonostante questa, chiamiamola ”premura”, il contrasto si avverte lo stesso…come una sensazione di fondo. Questa serie è una aspra e  silenziosa critica a chi sono oggi gli ebrei, in Israele e non solo. L’intenzione, infatti, sembra essere quella di formulare con attenzione un’opinione rivolta verso sé, senza coinvolgere “gli altri”. La famiglia Shtisel e tutto ciò che ruota introno a loro, è il teatro di questo contrasto, in cui inevitabilmente si avverte che ciò che ha contorni diversi, ed è fuori fuoco. Estraneo e diverso: gli ebrei laici, vestono abiti colorati e succinti alla ricerca della evasione e del divertimento che appaiono nello sfondo, emergono dalla austerità e semplicità degli abiti haredim. Così il contrasto emerge anche tra ebrei di altre  correnti, o quelli benestanti a cui gli haredim fanno da babysitter o insegnanti. Quella in oggetto è un’economia di sussistenza, fatta di donazioni, piccoli stipendi, baratti e scambi. Di contro una società (quella israeliana) capitalista e molto competitiva, patria di tecnologie sofisticate in cui loro, gli haredim, ritengono sia già un tradimento alle Scritture il possedere un cellulare. Questa, tra l’altro, è una cosa che ammettono purché lo strumento non sia connesso al web ed è possibile usarlo, una tantum, solo per telefonare.  Nessun computer in casa, al massimo da usarsi con parsimonia alla biblioteca pubblica. Così emerge un senso generale di claustrofobia, quasi di apnea o fame d’aria che permea tutti i personaggi e la storia. A partire dal protagonista Akiva, il cui nome significa protetto/scudo, abbreviativo di Ya’akov, che è teso tra chi è destinato ad essere per retaggio e chi è destinato ad essere per vocazione.  Oppure il marito della sorella di Akiva, Lippe Weiss,  che soffoca nelle responsabilità familiari (che non voleva) ma che per retaggio ha dovuto assumere. Giti, la sorella di Akiva, che soffoca nel cercare di mantenere decoro e dignità per evitare di disonorare se stessa e la sua famiglia. Ruchami, sua figlia e nipote di Akiva, che soffoca per le costrizioni in cui sono intrappolati i suoi genitori, Giti e Lippe, che non devono vivere le vite che vorrebbero. Shulem, il padre di Akiva, che soffoca per l’avanzare del tempo, la paura di morire, l’ansia di non aver fatto abbastanza di sé  e per gli altri. In un modo o nell’altro sono tutti prigionieri, di se stessi, delle regole e dei rapporti entro cui ciò che devono essere li possiede e li determina. Intorno a loro un mondo invece  che si vuole fluido, dove ogni cosa è mutevole.  È come se i protagonisti trasmettessero quella  vertigine di quando si prova a saltare su un tapis roulant già in corsa. Il nastro della storia prende velocità, ma i protagonisti posticipano il salto. E, mentre attendono, temono. Haredim, poi, vuol proprio dire coloro che “tremano” (per il timore). Ed è questo “timore e tremore” quello che la serie a me trasmette. 

Infondo è la giusta metafora di Israele. Soffocata dalle storie che la abitano, con la fame della libertà di essere nuova.

Suggerimento: “Directed by God – Jewishness in Contemporary Israeli Film and Television” di Peleg Yaron