“E che dire”, gli chiedo, “per Socrate?” “Socrate”, mi risponde.

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Nel Fedone, Platone si occupa di anima, idee e logoi. Invece, nel #Cratilo (e non solo) il leit motiv è l’origine del linguaggio (più precisamente dei nomi) indagine, che, similmente alle sue ricerche nei lidi metafisici, ha condotto il filosofo a porre l’esistenza di una realtà indipendente da quella che esperiamo. In particolare, nel Cratilo si parla di soggetto, oggetto e linguaggio. Κρατύλος, #pensatore a cui è dedicato il titolo del dialogo, sostiene che il #linguaggio attinga sempre alla realtà e che quindi descriva cose reali: per questo motivo, il linguaggio non ha alcun rapporto con il vero e il falso. La conoscenza proposizionale, ovvero quella basata sul logos, è una conoscenza diretta e intuitiva al pari di quella sensibile.

L’incontro avviene tra Socrate, Ermogene e naturalmente Cratilo. La discussione verte sull’origine dei nomi che, come abbiamo visto, per Cratilo sono naturali mentre per Ermogene convenzionali. Questa diramazione vede coinvolti ancora oggi gli studiosi di tutto il mondo, provenienti da discipline diverse: stiamo parlando della distinzione tra naturalismo e convenzionalismo. Ed è facendo un passo indietro nella storia della filosofia occidentale che diventa interessante interrogare il discorso filosofico sulla questione, partendo da Cratilo, un allievo radicale di Eraclito. Eraclito di Efeso sosteneva che, osservando il logos, fosse immediato rintracciare un movimento diacronico e sincronico nel fluire delle cose mondane.

Questa visione #ontologica (opposta a quella di Parmenide) condusse il filone di ricerca a lui posteriore, alla negazione tout court della possibilità di costruire un’episteme: il continuo cambiamento comporta il confinamento degli uomini nell’ambito della doxa. Sulla scorta di questo sussidio del passato, si potrebbe dire che Socrate/Platone riuscirà nel corso del dialogo a far ammettere a Cratilo che il linguaggio altro non sia che un’imitazione della realtà che descrive: questa immagine non corrisponderà mai del tutto all’oggetto che rappresenta proprio perché, la sapienza e quindi anche il mezzo attraverso il quale la si esplicita ossia il linguaggio, deriva da una conoscenza pre-linguistica della quale bisogna scoprire i fondamenti mediante l’esercizio della reminiscenza.

Nel proseguire nella lettura del dialogo ci accorgiamo che, pima di arrivare a tale esito, Platone, rifacendosì alla tesi convenzionalista di #Ermogene, ha dimostrato come questa tesi potesse serenamente convivere con la teoria di Eraclito: se infatti la realtà è in continuo mutamento vi deve essere un qualcosa che invece gode di stabilità. Ed esattamente come Platone scriverà nella #Repubblica questo ragionamento è possibile perchè “i particolari empirici fanno il doppio gioco” . Questo perchè l’origine convenzionale dei nomi ha materialmente permesso agli uomini di nominare allo stesso modo elementi vari. Razionalizziamo concetti come l’uguale, anche se siamo immersi in una realtà che ospita oggetti qualitativamente differenti. Ma come è possibile? Questo succede, suggerisce il filosofo ateniese, perchè alla base delle due cos’è c’è la loro idea. Da qui è semplice comprendere il concetto di forma in Platone: ovvero riferendosi a quegli enti stabili e assolutamente non sensibili che riescono a conciliare le due #tesi eleatiche di fondo permettendoci di rilevare degli elementi parmenidei in un quadro di fondo di tipo eracliteo. Nel suo #poema ”Peri Physeos” #Parmenide alludeva ad #Eraclito (e non solo) con l’espressione ”uomini con due teste”. Come spesso accade di notare, quando ci si approccia allo studio #filosofico, anche la filosofia di Platone è in larga parte debitrice nei confronti degli eleati.

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